Come può esistere una cosa portentosa come l’intelligenza artificiale? Ma come può l’intelligenza naturale, almeno altrettanto portentosa, nascere da organi materiali come il cervello, dato che la materia non pensa? È l’antico problema del rapporto mente-corpo. Il funzionalismo risponde che le funzioni estremante complesse che chiamiamo “intelligenti” possono venir suddivise in compiti estremamente semplici eseguibili anche da elementi materiali, come i neuroni o i transistor di un computer. L’intelligenza sta tutta nella genialità con cui sono organizzati. Tutte le nostre macchine si basano su questo principio, dalle più antiche ai computer odierni. Solo da pochissimo, però, abbiamo macchine che non si limitano a svolgere compiti da noi preordinati ma riescono a imparare e creare da sé.
Parole chiave
Parole chiave
- Intelligenza artificiale
- Intelligenza naturale
- Problema mente-corpo
- Funzionalismo
- Apprendimento automatico
Introduzione
Che cos’è l’intelligenza artificiale? Perché se ne parla tanto? Ha un ruolo importante nella nostra vita? Enorme, più di quanto spesso si pensi… e ancor di più ne avrà nel futuro, più di quanto si pensi. Ne parleremo in questo articolo e nei cinque che lo seguiranno. Ci chiederemo anzitutto come sia possibile una intelligenza artificiale, e per capirlo dovremo chiederci ancor prima come sia possibile la nostra intelligenza naturale. Spiegheremo poi in modo semplice, con alcuni esempi, come funziona l’intelligenza artificiale (d’ora in poi abbreviato in ‘IA’). È intelligente come noi? È addirittura più potente dell’intelligenza naturale? In un certo senso è molto più potente dell’intelligenza naturale, fa in poco tempo cose che nessun umano potrebbe fare in secoli. Vedremo però che non è realmente intelligente, anzi, in un certo senso è molto stupida, e ne spiegheremo i motivi.
L’IA potrebbe tuttavia diventare veramente intelligente? Addirittura, più di noi? Addirittura, molto più di noi? Tra gli esperti alcuni sono convinti di sì, e ne vediamo i motivi; altri sono convinti di no, e diremo perché. A parere di chi scrive in linea di principio è possibile creare una super-IA, ma è molto difficile dire se in pratica ci si potrà mai riuscire: infatti è impossibile prevedere che in futuro sapremo fare una cosa che oggi non riusciamo a fare, proprio perché non sappiamo come la si potrebbe fare. Meglio avere l’umiltà intellettuale di ammettere che non lo sappiamo: come insegna Socrate, questa è spesso la maggior forma di sapienza. Questo significa però che dovremmo prepararci a ogni eventualità, anche alle peggiori: se verrà creata una super-IA, rischiamo che essa prenda il sopravvento e sottometta il genere umano, come noi abbiamo sottomesso le altre specie di animali? Per alcuni questo rischio non esiste, anche perché un tale sistema, per quanto intelligente, potrebbe non esser dotato di una volontà sua propria. In realtà è difficile oggi porre limiti a quello che i progressi in questo campo ci porteranno, ma vedremo che forse conosciamo già certe strategie per evitare gli esiti da incubo che si potrebbero immaginare.
Che dire invece dei sistemi di IA che abbiamo oggi? Che siano utili, anzi enormemente utili, è ovvio; ma certo presentano anche rischi e sollevano problemi di vario tipo. In parte essi derivano dalla loro potenza, in parte dal fatto che, paradossalmente e nonostante tutto, essi sono anche in certi sensi molto stupidi. Discuteremo di questi problemi e di come affrontarli e risolverli.
Tra l’altro spiegheremo come costruire un minicomputer in grado di fare calcoli matematici, usando come componenti elementari 14 persone, che in tal modo faranno esperienza di cosa si prova a essere una IA, ren- dendosi anche conto praticamente di alcune delle caratteristiche dell’IA su cui verremo via via riflettendo.
L’IA potrebbe tuttavia diventare veramente intelligente? Addirittura, più di noi? Addirittura, molto più di noi? Tra gli esperti alcuni sono convinti di sì, e ne vediamo i motivi; altri sono convinti di no, e diremo perché. A parere di chi scrive in linea di principio è possibile creare una super-IA, ma è molto difficile dire se in pratica ci si potrà mai riuscire: infatti è impossibile prevedere che in futuro sapremo fare una cosa che oggi non riusciamo a fare, proprio perché non sappiamo come la si potrebbe fare. Meglio avere l’umiltà intellettuale di ammettere che non lo sappiamo: come insegna Socrate, questa è spesso la maggior forma di sapienza. Questo significa però che dovremmo prepararci a ogni eventualità, anche alle peggiori: se verrà creata una super-IA, rischiamo che essa prenda il sopravvento e sottometta il genere umano, come noi abbiamo sottomesso le altre specie di animali? Per alcuni questo rischio non esiste, anche perché un tale sistema, per quanto intelligente, potrebbe non esser dotato di una volontà sua propria. In realtà è difficile oggi porre limiti a quello che i progressi in questo campo ci porteranno, ma vedremo che forse conosciamo già certe strategie per evitare gli esiti da incubo che si potrebbero immaginare.
Che dire invece dei sistemi di IA che abbiamo oggi? Che siano utili, anzi enormemente utili, è ovvio; ma certo presentano anche rischi e sollevano problemi di vario tipo. In parte essi derivano dalla loro potenza, in parte dal fatto che, paradossalmente e nonostante tutto, essi sono anche in certi sensi molto stupidi. Discuteremo di questi problemi e di come affrontarli e risolverli.
Tra l’altro spiegheremo come costruire un minicomputer in grado di fare calcoli matematici, usando come componenti elementari 14 persone, che in tal modo faranno esperienza di cosa si prova a essere una IA, ren- dendosi anche conto praticamente di alcune delle caratteristiche dell’IA su cui verremo via via riflettendo.
Come è possibile l'intelligenza artificiale?... E quella naturale?
Che cos’è l’intelligenza artificiale? Esiste davvero? E come è possibile? Se sembra incredibile che ci sia, potremmo però provare a chiederci come sia possibile l’intelligenza naturale, la nostra. È un problema che forse non ci siamo mai posti, poiché diamo la nostra intelligenza per scontata, come tutte le cose cui siamo abituati o che abbiamo avuto gratis. Ma riflettendoci, si tratta di qualcosa di straordinario, di capacità meravigliose, estremamente raffinate e complesse, tali addirittura da farci “a immagine di Dio”, come dice il libro della Genesi. Capacità che vanno dal comprendere quel che vediamo o ascoltiamo, al preparare una torta o giocare a scacchi, dal fare affari o politica, dallo scrivere la Divina Commedia all’inventare la bomba atomica o i computer.
Come riusciamo fare tutto ciò? Comunemente si dice: “col cervello”. Ma il cervello è un pezzo di carne, cioè di materia, e la materia è inerte, non sente, non pensa. Fin dall’antichità, allora, si è risposto: siamo intelligenti perché dentro di noi c’è l’anima, che è razionale, pensa, e sa fare tutte quelle cose meravigliose.
Ma questa non è ancora una risposta, perché potremmo chiederci: “Ma come fa l’anima a fare tutto ciò?” Sarebbe come dire che la persona è intelligente perché dentro la sua testa si nasconde un’altra piccola persona intelligente (un tempo si diceva un homunculus). Ma allora ci si dovrebbe chiedere come fa quel piccolo homunculus a essere intelligente? Per coerenza si dovrebbe rispondere che dentro la sua testa c’è un altro homunculus intelligente ancora più piccolo, e così via all’infinito, senza ottenere mai la spiegazione che cercavamo (figura 1). È un po’ l’idea degli “spiritelli”, che Galeno considerava come responsabili delle funzioni vitali dell’organismo, idea ancora accettata nel medioevo ed espressa nella poesia stilnovistica di Guido Cavalcanti e nelle concezioni psicologiche di Dante.
Come riusciamo fare tutto ciò? Comunemente si dice: “col cervello”. Ma il cervello è un pezzo di carne, cioè di materia, e la materia è inerte, non sente, non pensa. Fin dall’antichità, allora, si è risposto: siamo intelligenti perché dentro di noi c’è l’anima, che è razionale, pensa, e sa fare tutte quelle cose meravigliose.
Ma questa non è ancora una risposta, perché potremmo chiederci: “Ma come fa l’anima a fare tutto ciò?” Sarebbe come dire che la persona è intelligente perché dentro la sua testa si nasconde un’altra piccola persona intelligente (un tempo si diceva un homunculus). Ma allora ci si dovrebbe chiedere come fa quel piccolo homunculus a essere intelligente? Per coerenza si dovrebbe rispondere che dentro la sua testa c’è un altro homunculus intelligente ancora più piccolo, e così via all’infinito, senza ottenere mai la spiegazione che cercavamo (figura 1). È un po’ l’idea degli “spiritelli”, che Galeno considerava come responsabili delle funzioni vitali dell’organismo, idea ancora accettata nel medioevo ed espressa nella poesia stilnovistica di Guido Cavalcanti e nelle concezioni psicologiche di Dante.
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Inoltre, l’anima dovrebbe essere qualcosa che riceve tutte le percezioni dagli organi di senso del corpo, e a sua volta muove il corpo a fare tutto ciò che essa decide. Ma come è possibile se l’anima è spirito e il corpo è materia? Lo spirito non può spostare cose pesanti, come una mano o un piede, o far alzare il mio sedere da una seggiola. La materia, a sua volta, non può produrre esperienze coscienti, come sono le sensazioni, gli input spirituali da trasmettere all’anima.
È questo l’antichissimo problema metafisico del rapporto tra anima e corpo, o come si dice oggi più comunemente, tra mente e corpo. Come è noto, Cartesio se lo pose e ritenne che la “sostanza estesa” (il corpo) e quella “pensante” (l’anima) si interfacciassero attraverso la ghiandola pienale (o epifisi): tramite i vari flussi corporei tutte le sensazioni sarebbero giunte ad essa, che coi suoi movimenti le avrebbe trasmesse all’anima. |
Viceversa, l’anima avrebbe mosso la ghiandola pineale la quale, sempre tramite i diversi fluidi corporei, avrebbe mosso le membra. Anche se questa ricostruzione fosse stata corretta, tuttavia, non avrebbe risolto il problema di fondo: come può il movimento di un corpo fisico, quale la ghiandola pienale, produrre esperienze mentali, che sono immateriali? E come possono pensieri ed emozioni far muovere un pezzo di materia, quale è appunto l’epifisi?1
Uno spunto di risposta, tuttavia, lo potremmo trovare già in questo passo della Vita Nova di Dante:
In quello punto [in cui Dante vide Beatrice per la prima volta] dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia ne li menimi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole: “Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi”. In quello punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l’alta camera ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li spiriti del viso, sì disse queste parole: “Apparuit iam beatitudo vestra”. In quello punto lo spirito naturale, lo quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e piangendo disse queste parole: “Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!”.
In altre parole, dentro di noi non c’è un unico spirito che fa tutto, ma diversi spiriti con compiti diversi: quello che raccoglie le sensazioni visive, quello che raccoglie le sensazioni uditive, quello che le mette tutte insieme, quello della fame, quello che ci tiene in vita, ecc. Se ci chiedessimo come fa ciascuno spirito a svolgere il suo compito, potremmo immaginare che dentro di esso vi siano a loro volta molti spiritelli minori, ciascuno dei quali svolge solo una parte di quel compito, e così via, suddividendo ogni compito in compiti sempre più elementari, finché si arrivi a compiti del tutto semplici, così semplici che potrebbero esser svolti anche da componenti materiali, per esempio dalle cellule del cervello.
È quanto osserviamo anche nelle azioni fisiche, ad esempio la corsa: si compone di diversi movimenti, a ciascuno dei quali partecipano diversi muscoli, e l’operazione di ogni muscolo è il risultato del lavoro di tutte le sue fibre, ciascuna delle quali a sua volta agisce grazie all’azione di molte cellule, ecc.
Oppure pensiamo alle macchine, per esempio agli orologi meccanici, prodotti fin dal Medioevo: potremmo quasi considerarli macchine intelligenti, dato ci sanno dire l’ora, ma i loro componenti elementari sono semplicissimi. Ad esempio, nell’orologio a pendolo abbiamo essenzialmente cinque pezzi: un peso, che semplicemente tira verso il basso; un rullo, che non fa altro che ruotare, trasformando il movimento rettilineo del peso in uno circolare; una ruota dentata che muove le lancette, solidale col rullo; un’ancoretta di scappamento che blocca la ruota impedendo al peso di cadere fino in fondo in un colpo solo; un pendolo, che ad ogni ritorno fa oscillare l’ancoretta consentendo alla ruota di avanzare di un dente (figura 3).
O ancora, potremmo pensare alle calcolatrici meccaniche, come quella costruita da Pascal nel XVII secolo (figura 4), o addirittura al meccanismo di Anticitera, ritrovato dagli archeologi subacquei e risalente al II sec. a.C. (figura 5).
Le operazioni di queste macchine sono in un certo senso già intelligenti, ma tutto è svolto dai loro piccoli componenti elementari, che sono assolutamente “stupidi” e compiono operazioni di banale semplicità. Ciò che è realmente intelligente è la loro l’architettura, il modo in cui quei pezzi sono organizzati. È come in una catena di montaggio: nessun operaio saprebbe costruire un’automobile, ma le loro funzioni sono organizzate in modo che il prodotto finale sia quello.
Uno spunto di risposta, tuttavia, lo potremmo trovare già in questo passo della Vita Nova di Dante:
In quello punto [in cui Dante vide Beatrice per la prima volta] dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia ne li menimi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole: “Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi”. In quello punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l’alta camera ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li spiriti del viso, sì disse queste parole: “Apparuit iam beatitudo vestra”. In quello punto lo spirito naturale, lo quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e piangendo disse queste parole: “Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!”.
In altre parole, dentro di noi non c’è un unico spirito che fa tutto, ma diversi spiriti con compiti diversi: quello che raccoglie le sensazioni visive, quello che raccoglie le sensazioni uditive, quello che le mette tutte insieme, quello della fame, quello che ci tiene in vita, ecc. Se ci chiedessimo come fa ciascuno spirito a svolgere il suo compito, potremmo immaginare che dentro di esso vi siano a loro volta molti spiritelli minori, ciascuno dei quali svolge solo una parte di quel compito, e così via, suddividendo ogni compito in compiti sempre più elementari, finché si arrivi a compiti del tutto semplici, così semplici che potrebbero esser svolti anche da componenti materiali, per esempio dalle cellule del cervello.
È quanto osserviamo anche nelle azioni fisiche, ad esempio la corsa: si compone di diversi movimenti, a ciascuno dei quali partecipano diversi muscoli, e l’operazione di ogni muscolo è il risultato del lavoro di tutte le sue fibre, ciascuna delle quali a sua volta agisce grazie all’azione di molte cellule, ecc.
Oppure pensiamo alle macchine, per esempio agli orologi meccanici, prodotti fin dal Medioevo: potremmo quasi considerarli macchine intelligenti, dato ci sanno dire l’ora, ma i loro componenti elementari sono semplicissimi. Ad esempio, nell’orologio a pendolo abbiamo essenzialmente cinque pezzi: un peso, che semplicemente tira verso il basso; un rullo, che non fa altro che ruotare, trasformando il movimento rettilineo del peso in uno circolare; una ruota dentata che muove le lancette, solidale col rullo; un’ancoretta di scappamento che blocca la ruota impedendo al peso di cadere fino in fondo in un colpo solo; un pendolo, che ad ogni ritorno fa oscillare l’ancoretta consentendo alla ruota di avanzare di un dente (figura 3).
O ancora, potremmo pensare alle calcolatrici meccaniche, come quella costruita da Pascal nel XVII secolo (figura 4), o addirittura al meccanismo di Anticitera, ritrovato dagli archeologi subacquei e risalente al II sec. a.C. (figura 5).
Le operazioni di queste macchine sono in un certo senso già intelligenti, ma tutto è svolto dai loro piccoli componenti elementari, che sono assolutamente “stupidi” e compiono operazioni di banale semplicità. Ciò che è realmente intelligente è la loro l’architettura, il modo in cui quei pezzi sono organizzati. È come in una catena di montaggio: nessun operaio saprebbe costruire un’automobile, ma le loro funzioni sono organizzate in modo che il prodotto finale sia quello.
Un altro esempio: durante la Seconda guerra mondiale l’esercito americano doveva compiere calcoli molto complessi per guidare il tiro delle artiglierie nelle più diverse circostanze e condizioni meteorologiche. Tali calcoli avrebbero richiesto tempi troppo lunghi anche ad espertissimi matematici. Allora venivano suddivisi in porzioni molto ridotte, ciascuna delle quali veniva svolta da una ragazza con una calcolatrice meccanica.
Queste ragazze erano dette “computer girls”, termine che significa semplicemente ragazze calcolatrici. Se però cedessimo alla tentazione di tradurlo come “ragazze-computer” ciò sarebbe sbagliato nel senso che ciascuna di loro non era un computer, ma sarebbe corretto nel senso che loro, tutte insieme, formavano in pratica un computer. Non solo, ma anche i calcoli relativamente semplici svolti da ciascuna di loro sarebbero stati scomponibile in operazioni sempre più semplici, fino a ridurle alle operazioni elementari di addizione e sottrazione.
Ebbene, anche il pensiero è scomponibile in elementi semplici, come
A --> piove
e
B --> la strada è bagnata,
come pure in operazioni semplici su di essi, come
A & B --> piove e la strada è bagnata,
oppure
Se A allora B --> se piove la strada è bagnata.
Con questi elementi poi si costruiscono operazioni man mano più complesse, come
Se A allora B --> Se piove, la strada è bagnata;
Non B --> La strada non è bagnata;
quindi
Non A --> Non piove.
Questo genere di cose il cervello può farle ad esempio con due neuroni, uno per A e uno per B: quando si attivano (o “sparano”) entrambi pensiamo “A & B”. Se tutte le volte che si attiva il neurone per A si attiva anche quello per B, stiamo pensando “Se A allora B”. Se il neurone per B è spento, stiamo pensando “Non B”. Quando pensiamo “Se A allora B” e il neurone per B è spento, automaticamente si spegne il neurone per A, e cioè pensiamo “Non A”.
Le stesse operazioni può farle un computer con due transistor, uno per A e uno per B (un transitor possiamo pensarlo come un interruttore elettrico, che svolge il compito più semplice: apre o chiude il passaggio di corrente). Quando passa corrente in entrambi i transistor, il computer dice “A&B”, se tutte le volte che passa corrente nel transistor per A passa anche in quello per B, il computer dice “Se A allora B”, e quando dice “Se A allora B” ma manca corrente nel transistor per B, automaticamente spegne anche il transistor A, cioè dice “Non A”.
Con meccanismi elementari di questo genere si possono analizzare e ricostruire tutte le funzioni del ragionamento, ossia del pensiero logico: induzione, inferenza analogica, ragionamento ipotetico, deduzione, classificazione, sperimentazione, astrazione, esemplificazione, apprendimento per prova ed errore, previsione, analisi statistica, calcolo algebrico, calcolo delle probabilità, procedimenti ricorsivi, ecc. Possiamo dire che si tratta di funzioni computazionali, perché in ultima analisi sono calcoli logici o matematici.
Questa potrebbe dunque essere la risposta a come sia possibile una vita mentale, e in particolare la nostra intelligenza naturale. Si tratta di una soluzione già intravista da Hobbes e da Leibniz: l’intelligenza è l’insieme delle funzioni computazionali svolte da quella macchina calcolatrice estremamente complessa che è il nostro cervello. Il cervello è costituito da circa 86 miliardi di neuroni, e gli assoni, ossia i canali di collegamento tra un neurone e l’altro, se messi in fila coprirebbero la distanza tra la Terra e la Luna. Per ogni neurone ci sono decine o centinaia di migliaia di sinapsi, che fanno da interfaccia tra le cellule nervose o tra di esse e quelle muscolari e sensoriali. Perciò le sinapsi sono tra 100 trilioni e 1 quadrilione. Ecco perché il cervello può svolgere funzioni tanto complesse.
Queste ragazze erano dette “computer girls”, termine che significa semplicemente ragazze calcolatrici. Se però cedessimo alla tentazione di tradurlo come “ragazze-computer” ciò sarebbe sbagliato nel senso che ciascuna di loro non era un computer, ma sarebbe corretto nel senso che loro, tutte insieme, formavano in pratica un computer. Non solo, ma anche i calcoli relativamente semplici svolti da ciascuna di loro sarebbero stati scomponibile in operazioni sempre più semplici, fino a ridurle alle operazioni elementari di addizione e sottrazione.
Ebbene, anche il pensiero è scomponibile in elementi semplici, come
A --> piove
e
B --> la strada è bagnata,
come pure in operazioni semplici su di essi, come
A & B --> piove e la strada è bagnata,
oppure
Se A allora B --> se piove la strada è bagnata.
Con questi elementi poi si costruiscono operazioni man mano più complesse, come
Se A allora B --> Se piove, la strada è bagnata;
Non B --> La strada non è bagnata;
quindi
Non A --> Non piove.
Questo genere di cose il cervello può farle ad esempio con due neuroni, uno per A e uno per B: quando si attivano (o “sparano”) entrambi pensiamo “A & B”. Se tutte le volte che si attiva il neurone per A si attiva anche quello per B, stiamo pensando “Se A allora B”. Se il neurone per B è spento, stiamo pensando “Non B”. Quando pensiamo “Se A allora B” e il neurone per B è spento, automaticamente si spegne il neurone per A, e cioè pensiamo “Non A”.
Le stesse operazioni può farle un computer con due transistor, uno per A e uno per B (un transitor possiamo pensarlo come un interruttore elettrico, che svolge il compito più semplice: apre o chiude il passaggio di corrente). Quando passa corrente in entrambi i transistor, il computer dice “A&B”, se tutte le volte che passa corrente nel transistor per A passa anche in quello per B, il computer dice “Se A allora B”, e quando dice “Se A allora B” ma manca corrente nel transistor per B, automaticamente spegne anche il transistor A, cioè dice “Non A”.
Con meccanismi elementari di questo genere si possono analizzare e ricostruire tutte le funzioni del ragionamento, ossia del pensiero logico: induzione, inferenza analogica, ragionamento ipotetico, deduzione, classificazione, sperimentazione, astrazione, esemplificazione, apprendimento per prova ed errore, previsione, analisi statistica, calcolo algebrico, calcolo delle probabilità, procedimenti ricorsivi, ecc. Possiamo dire che si tratta di funzioni computazionali, perché in ultima analisi sono calcoli logici o matematici.
Questa potrebbe dunque essere la risposta a come sia possibile una vita mentale, e in particolare la nostra intelligenza naturale. Si tratta di una soluzione già intravista da Hobbes e da Leibniz: l’intelligenza è l’insieme delle funzioni computazionali svolte da quella macchina calcolatrice estremamente complessa che è il nostro cervello. Il cervello è costituito da circa 86 miliardi di neuroni, e gli assoni, ossia i canali di collegamento tra un neurone e l’altro, se messi in fila coprirebbero la distanza tra la Terra e la Luna. Per ogni neurone ci sono decine o centinaia di migliaia di sinapsi, che fanno da interfaccia tra le cellule nervose o tra di esse e quelle muscolari e sensoriali. Perciò le sinapsi sono tra 100 trilioni e 1 quadrilione. Ecco perché il cervello può svolgere funzioni tanto complesse.
L'emergere dell'intelligenza artificiale
Siamo giunti dunque all’idea che un essere intelligente sia il prodotto della meravigliosa organizzazione di moltissimi componenti non intelligenti. Una seconda idea fu aggiunta, nella seconda metà del secolo scorso, dai filosofi della mente funzionalisti (anzitutto Hilary Putnam, poi Jerry Fodor, David Lewis, Ned Block, Jaegwon Kim e altri)2.
Partiamo da un esempio banale: se mi servono mollette da bucato, non importa che siano quelle tradizionali in legno, oppure di plastica, o di fil di ferro: l’importante è che si aprano con una leggera pressione delle dita e si richiudano sul filo da stendere per fissarvi i miei panni. Allo stesso modo, per avere l’intelligenza serve qualcosa che compia determinate funzioni, non serve che i suoi componenti siano cellule di carne, come nel cervello umano, piuttosto che di naftalina, come potrebbero esserci nei marziani, o elementi in silicio, come nei computer. Basta che quei componenti siano organizzati in modo da svolgere quelle date funzioni. In linea di principio, dunque, nulla vieta che anche le macchine possano diventare intelligenti come noi, è solo questione di ottenere una complessità sufficiente ed un’organizzazione adeguata3.
In effetti, da secoli abbiamo già macchine che svolgono alcuni semplici compiti intelligenti, come appunto gli orologi o le calcolatrici meccaniche. Già da anni tutta la nostra vita è servita da meccanismi via via più sofisticati, come i telefonini e i pc. La cassa automatica del supermarket non sa solo farci il conto sommando i prezzi degli articoli, ma sa anche chiederci se desideriamo sportine, quante, e con che mezzo desideriamo pagare. Poi abbiamo filtri antispam, sistemi di scrittura con correttore automatico, annunci pubblicitari personalizzati, sistemi di traduzione automatica, navigatori automatici per auto, home banking, sistemi di prenotazione online di trasporti e alloggi, abitazioni coi vari servizi automatizzati, assistenti virtuali (come Alexa e Siri), sistemi di riconoscimento vocale che scrivono sotto dettatura, traduttori automatici, sistemi di guida degli investimenti azionari e obbligazionari, ecc.
Eppure, non diremmo che il telefonino, il portatile, o la cassa automatica siano veramente intelligenti, cioè che pensino in proprio. Essi sanno, o sanno fare, solo quello che gli abbiamo insegnato noi, che li abbiamo programmati per fare. Perché allora oggi si parla tanto di intelligenza artificiale, da un lato con entusiasmo, ma dall’altro anche con preoccupazione? Perché stanno emergendo sistemi che svolgono compiti enormemente più complessi, che addirittura sanno imparare da sé, e molto velocemente, superando anche le capacità umane in settori che sembravano riservati esclusivamente all’intelligenza umana. Da soli leggono, studiano, si informano, e poi creano autonomamente.
Ad esempio, nel 1997 il sistema Deep Blue ha battuto a scacchi Kasparov, il campione mondiale. Dal 2016 AlphaGo ha battuto i massimi campioni di Go, un gioco molto più complesso degli scacchi (che ha più mosse possibili delle particelle dell’universo). L’ultima arrivata nei sistemi di comprensione e produzione di testi (o “large language models”) è ChatGPT, che sa scrivere saggi, dare spiegazioni e dialogare su qualunque argomento a livello di almeno di studenti universitari, e talvolta anche oltre. Chiunque può provarla, perché è liberamente disponibile online. Non fa del copia-incolla: si informa, raccoglie notizie, e poi ci “ragiona” sopra autonomamente (sebbene a modo suo), proprio come faremmo noi4.
Nel 2024 il premio Nobel per la chimica è stato assegnato a Demis Hassabis e John Jumper (assieme a David Baker) per aver sviluppato il sistema AlphaFold, che scopre la struttura tridimensionale di qualsiasi proteina in tempi brevissimi e a costi contenuti, consentendo progressi enormi nelle terapie e nell’invenzione di nuovi farmaci. Abbiamo anche programmi per produrre foto artificiali (figura 7), per dipingere quadri a soggetto o nello stile di un certo pittore (figura 8), per scrivere musica imitando questo o quel compositore, con risultati a volte indistinguibili dall’originale perfino per gli esperti.
Partiamo da un esempio banale: se mi servono mollette da bucato, non importa che siano quelle tradizionali in legno, oppure di plastica, o di fil di ferro: l’importante è che si aprano con una leggera pressione delle dita e si richiudano sul filo da stendere per fissarvi i miei panni. Allo stesso modo, per avere l’intelligenza serve qualcosa che compia determinate funzioni, non serve che i suoi componenti siano cellule di carne, come nel cervello umano, piuttosto che di naftalina, come potrebbero esserci nei marziani, o elementi in silicio, come nei computer. Basta che quei componenti siano organizzati in modo da svolgere quelle date funzioni. In linea di principio, dunque, nulla vieta che anche le macchine possano diventare intelligenti come noi, è solo questione di ottenere una complessità sufficiente ed un’organizzazione adeguata3.
In effetti, da secoli abbiamo già macchine che svolgono alcuni semplici compiti intelligenti, come appunto gli orologi o le calcolatrici meccaniche. Già da anni tutta la nostra vita è servita da meccanismi via via più sofisticati, come i telefonini e i pc. La cassa automatica del supermarket non sa solo farci il conto sommando i prezzi degli articoli, ma sa anche chiederci se desideriamo sportine, quante, e con che mezzo desideriamo pagare. Poi abbiamo filtri antispam, sistemi di scrittura con correttore automatico, annunci pubblicitari personalizzati, sistemi di traduzione automatica, navigatori automatici per auto, home banking, sistemi di prenotazione online di trasporti e alloggi, abitazioni coi vari servizi automatizzati, assistenti virtuali (come Alexa e Siri), sistemi di riconoscimento vocale che scrivono sotto dettatura, traduttori automatici, sistemi di guida degli investimenti azionari e obbligazionari, ecc.
Eppure, non diremmo che il telefonino, il portatile, o la cassa automatica siano veramente intelligenti, cioè che pensino in proprio. Essi sanno, o sanno fare, solo quello che gli abbiamo insegnato noi, che li abbiamo programmati per fare. Perché allora oggi si parla tanto di intelligenza artificiale, da un lato con entusiasmo, ma dall’altro anche con preoccupazione? Perché stanno emergendo sistemi che svolgono compiti enormemente più complessi, che addirittura sanno imparare da sé, e molto velocemente, superando anche le capacità umane in settori che sembravano riservati esclusivamente all’intelligenza umana. Da soli leggono, studiano, si informano, e poi creano autonomamente.
Ad esempio, nel 1997 il sistema Deep Blue ha battuto a scacchi Kasparov, il campione mondiale. Dal 2016 AlphaGo ha battuto i massimi campioni di Go, un gioco molto più complesso degli scacchi (che ha più mosse possibili delle particelle dell’universo). L’ultima arrivata nei sistemi di comprensione e produzione di testi (o “large language models”) è ChatGPT, che sa scrivere saggi, dare spiegazioni e dialogare su qualunque argomento a livello di almeno di studenti universitari, e talvolta anche oltre. Chiunque può provarla, perché è liberamente disponibile online. Non fa del copia-incolla: si informa, raccoglie notizie, e poi ci “ragiona” sopra autonomamente (sebbene a modo suo), proprio come faremmo noi4.
Nel 2024 il premio Nobel per la chimica è stato assegnato a Demis Hassabis e John Jumper (assieme a David Baker) per aver sviluppato il sistema AlphaFold, che scopre la struttura tridimensionale di qualsiasi proteina in tempi brevissimi e a costi contenuti, consentendo progressi enormi nelle terapie e nell’invenzione di nuovi farmaci. Abbiamo anche programmi per produrre foto artificiali (figura 7), per dipingere quadri a soggetto o nello stile di un certo pittore (figura 8), per scrivere musica imitando questo o quel compositore, con risultati a volte indistinguibili dall’originale perfino per gli esperti.
Questo vero e proprio balzo in avanti, prodottosi all’incirca negli ultimi 20-30 anni, è stato consentito dal realizzarsi di quattro condizioni:
Nel prossimo articolo cercheremo di capire come funzionano oggi i principali sistemi di IA.
Leggi il successivo articoli:
Come funziona l’intelligenza artificiale
Pensiero critico
- I progressi nella miniaturizzazione, che hanno prodotto porte per computer inferiori a 22 nanometri (un nanometro è un millesimo di micrometro, cioè un milionesimo di millimetro). Questo ha reso possibile una seconda condizione:
- La costruzione di computers di dimensioni assai ridotte ma con enorme potenza e velocità di calcolo.
- Enormi investimenti in denaro, talenti e lavoro di ricerca, compiuti soprattutto dalle grandi compagnie americane, consapevoli dei grandi profitti che se ne possono trarre.
- La sterminata quantità di dati disponibili online (i cosiddetti “big data”) utilizzati per l’addestramento dei sistemi di apprendimento automatico. Si tratta di dati provenienti da ogni tipo di fonte, inclusi tutti quelli che noi stessi quotidianamente immettiamo in rete, in particolare attraverso i vari tipi di social.
Nel prossimo articolo cercheremo di capire come funzionano oggi i principali sistemi di IA.
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Come funziona l’intelligenza artificiale
Pensiero critico
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Questo articolo è tratto da NUOVA SECONDARIA
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